Io e Charlie

Charles Dickens è, per tutti quelli che amano la letteratura, un caro vecchio nonno. Un caro vecchio burbero nonno. Ogni qual volta mi sono lanciata in qualche sperticata apologia del romanziere inglese, mia mamma non ha infatti mancato di ricordarmi che Dickens era, oltre che un marito fedifrago, un uomo presuntuoso e saccente, caratteristica che gli aveva procurato dissapori e inimicizie con la maggior parte degli uomini del suo tempo (prendete ad esempio il povero Makepace Thackeray). Caro Charlie, vecchia volpe, che caratterino!Dicevo: Dickens è per me una sorta di padre spirituale per quanto riguarda il romanzo, una figura che mi ha accompagnato fin dall’inizio della mia carriera di lettrice. Il nostro primo incontro risale ad una mattina di Natale, credo di aver avuto 9 o 10 anni. Avendo all’epoca la buona abitudine di non far mancare sotto l’albero un libro per me, i miei genitori (nonostante l’opinione che mia madre ha successivamente dimostrato nei confronti del carattere di Charles), mi regalarono “Il  canto di Natale“, in una superba edizione illustrata con copertina rigida e un rubicondo Spirito del Natale Passato sulla sovracoperta.
Dell’amato volume ho purtroppo perso le tracce, ma l’impressione che mi fece fu notevole e ebbe conseguenze “letali”: mi appassionai senza via d’uscita all’epoca vittoriana e alla letteratura inglese. Abbandonai sul nascere, già negli ormai lontani anni ’90, la letteratura contemporanea. Lo ammetto, non ho letto praticamente nessun romanzo pubblicato nella seconda metà del ’900 fino all’anno scorso.

Il perché, è presto spiegato: Dickens ha dato vita a romanzi che sono macchine perfette, con trame ad incastro, personaggi indimenticabili (il mio preferito? Mr. Wemmick da “Grandi Speranze“, con la sua bocca a forma di cassetta delle lettere e la sua casa a forma di castello, con la torre ed il cannone), colpi di scena a ripetizione e descrizioni sempre ilari in modo incontrollabile o tremendamente commoventi.

Leggere “David Copperfield“, “La bottega dell’antiquario“, “La piccola Dorrit“…è stata un’esperienza avvolgente, non saprei come altro descriverla. Quando sono stata a Londra per la prima volta, ricordo ancora l’impressione di sentirmi a casa che ho provato, perché le descrizioni della città che avevo assorbito leggendo Dickens mi avevano regalato un’immagine indelebile di quei luoghi. Sempre in quel viaggio, ricordo l’emozione che ho provato visitando la sua tomba nel Poets’ Corner dell’Abbazia di Westminster. Sì, mi rendo conto: il mio rapporto con Dickens non è poi molto diverso da quello di un fan con la rockstar di turno, non me ne abbiate. Del resto, rubando le parole di Piero Citati: “Non amare Dickens è un peccato mortale: chi non lo ama, non ama nemmeno il romanzo.”

Auguri Charlie, 200 di questi anni.

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