Ho acquistato “La trilogia della città di K.” di Agota Kristof fidandomi di stralci di recensioni entusiastiche che avevo letto qua e là in rete.
Come faccio spesso, per non perdermi il piacere della scoperta [che cercherò di non togliere nemmeno a voi con questo commento], non mi ero informata sulla trama e avevo saltato a piè pari la quarta di copertina. Non sapevo cosa aspettarmi. Di certo non ero pronta a quello che mi sono ritrovata a leggere.

Il grande quaderno“, il primo libro della trilogia, ti arriva diretto come un calcio sui denti. È ruvido, insensibile, aberrante e agghiacciante. Non c’è un sentimento positivo uno, ma solo separazione, dolore, morte e una serie di violenze terribili e inumane da farti domandare: “Perché mi fai questo, Agota?”. Non ho un buon rapporto con gli scrittori così violenti, così crudeli con i lettori; efferatezza gratuita nei fatti narrati e nella scrittura stessa? No, grazie (sarà per questo che non sono ancora riuscita a leggere Palahniuk o Welsh).
Però Agota ce la fa. La scrittrice ungherese, naturalizzata svizzera, mi avvince all’incredibile nefandezza dell’infanzia dei due gemelli che, per sfuggire alla guerra degli adulti, intraprendono una lotta contro la vita stessa. Dolore, privazione, sangue, sesso, morte. Il tutto narrato con la delicatezza di un machete.

Malgrado ciò, continui a leggere, perché capisci che ci deve essere dell’altro: una vicenda così allucinante non può essere fine a se stessa. Infatti secondo capitolo, “La prova“, inizi ad intuire qualcosa: Lucas ora è rimasto solo, la guerra lascia il posto a nuovi vincitori e nuovi vinti,  la narrazione acquista maggior respiro, e anche tu, lettore, inizi a non stare troppo male mentre leggi.
Entrano in scena nuovi personaggi, e mentre tiri le fila delle loro vicende e ti ci affezioni anche un po’, ti accorgi che sono il protagonista presente, Lucas, e quello assente, Claus, a non essere più a fuoco. Cosa ha fatto davvero Lucas? Dove si trova Claus?

Il titolo del terzo libro è già una sentenza: “La terza menzogna“. In un turbine continuo, i punti di vista vengono ribaltati, la verità lentamente ed inesorabilmente svelata. La scena su cui viene infine sollevato il sipario è molto più realistica di quella inizialmente descritta dal romanzo, eppure non è più rassicurante. L ‘originario evento violento motore di tutta la storia non è da “fiaba nera” come  sei stato portato a credere; è un fatto di ordinaria follia umana, qualcosa che non ha bisogno di una guerra mondiale e di una strega per accadere.

LO CONSIGLIO A: chi vuole farsi del male, ma passare piacevoli ed intense ore di lettura.

Questo articolo è stato letto 1509 volte